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Salvatore Sciandra 02-12-2011

Calavecchia. I racconti fantastici delle nonne come giuoco.

 

                                                                      Cartolina Illustrata
                                                                      Di Salvatore Sciandra

      Il gradino, davanti al magazzino di za’ Rosa ‘i Grigoriu, era il luogo dell’attesa protetto, com’era, da due contrafforti, costruiti a triangoli rettangoli, con il cateto minore largo una trentina di centimetri circa e con quello obliquo, che dalla strada, formando una sorta di piano inclinato, si ergeva fin oltre il balcone di Maria M., formando quasi una nicchia, con la sua pensilina che grondava garofani spagnoli, profumatissimi e variopinti, in cui, a fiato a fiato, stavano una decina di ragazzi, che qualcuno chiamava i figli della luna.

     Da lì, comunque,oltre a ripararsi dal freddo ed un po’ dalla pioggia,quando cadeva leggera e perpendicolare, si dominava tutta la strada fino all’imbocco della Taverna, e la prima rampa della silicata, che continuando ad inerpicarsi oltre la ‘Mmaculatella ed il parco della Rimembranza,collegava il quartiere alla Nazionale. Nessuno,quindi, poteva entrare ed uscire dalla Calavecchia senza essere visto.

     Tante volte,compagni di scuola, che abitavano in Piazza, si attardavano, ritornando verso casa loro, a chiacchierare o a giocare con noi, aggiungendo le loro esperienze alle nostre.

     In ogni tempo, con qualsiasi clima, accovacciato su quel tufo,c’era sempre qualcuno,abbatufolato nei suoi panni di lana,che aspettava che arrivasse qualcuno,consumando il tempo a contare,per l’ennesima volta, le figurine, tenendo sempre da parte i doppioni che servivano per gli scambi o per i diversi giuochi. Alcune volte compariva qualche vecchio mazzo di carte napoletane, con cui si facevano poi interminabili partite a scopa.

     Quell’angolo era formidabile. Era il più illuminato del quartiere, ed anche quando mancava la luce elettrica, c’era sempre una luna ruffiana che splendeva su quel cielo, mai avaro con noi.

     Era il posto quello in cui si poteva giocare benissimo “a sbarca” per gli spigoli di quelle case che sembravano fatte a posta per i quattro cantoni.

     Le riunioni, d’inverno, quando il freddo gelido coloriva di viola le nostre cosce “abbrittandole”, sopra cui qualcuno cercava d’allungare il maglione, per scaldarsi, ci davano un senso di libertà indescrivibile.

     Erano, qulle, le sere della “patissa” e di “spirdi”, spinti, nelle nostre paure, da quel singolare e sinistro ululare delle chiome dei pini del Monumento, che diventavano spettrali creature, pronte ad appagare la loro famelicità di carne umana tenera. E quando andava via la luce elettrica, cosa che succedeva spesso,qualche mano pirata non rinunciava a tirarti i capelli o a darti un buffetto, il che significava provocare urla bestiali e ricerca di difesa.

     Era quello il momento in cui si sentivano aprire porte e finestre, illuminate da qualche raro lume, e da cui voci quasi imploranti, chiamavano:

<<Totò!...Totòooooo!>>; <<Pinù!...Pinuzzuuuuu!>>; <<Micù!...Micuzzuuuuuuu!>>,recitando sempre lo stesso copione ormai notorio a tutti.

     A quelle invocazioni, si rispondeva come sempre :<<Signu cca!..mò mi ricuogliu!>>, per tranquillizzare le famiglie.

     Quando la luce tardava ad arrivare,una credenza,che circolava nel nostro quartiere, invitava a contare tutte le vecchie che vi abitavano ed arrivati a nominare l’ultima,ma proprio l’ultima, senza averne tralasciata alcuna, allora sarebbe ritornata la luce.E la litania cominciava, iniziando dalla ‘Mmaculatella :<<Donna Marietta ‘i M.,Catarina C., Maria C.,Cuncetta M.,Tiresina M.,Catarina d’Achillu,Filumena da Civita,zà Luisa P., Maria M., Costanza F., ‘Ntoniella B., Cuncetta ‘i Grigoriu, Mria ‘i ‘Ntonariellu, Maria ‘i Rusariu, Vittoria ‘i Vitu, Maria ‘a furgiara, Elvira Cannella, zà Rosa ‘i Grigoriu, zà Rosa Musì, nonnò Campatola, Luvisella ‘i M., Peppinella ‘i Grigoriu, Maria ‘i Carru,Peppinella d’Achillu, zà Filumena du sc-cutu, donn’Amina, donna Genia, Anna ‘i Marta,Costanza M.>> e se la luce non ritornava, si ricominciava daccapo,inserendo nell’elenco, Rachele ‘i mastru Brunu e la marchisa Pindarella che rappresentavano,ad est ed a sud, i confini naturali della Calavecchia.Poi,persistendo,eravamo costretti ad aggiungervi i nomi delle nostre mamme, per noi mai vecchie.

     Tante volte,quando il guasto alla linea elettrica era serio, comparivano, in alcuni angoli strategici, iniziando dal Monumento e dai ballatoi delle case, “i crozzi ‘i muorti”,trasformando quell’ambiente d’incontro di sorrisi e di giuochi innocenti,in un luogo quasi spettrale, in cui la paura cominciava ad impossessarsi, pur senza volerlo, di quei cuori che accusavano battiti del tutto anormali.

     Noi, a quelle zucche vuote e modellate a teschio, avevamo assegnato un ruolo ed un significato ben preciso. Oggi, nei paesi anglosassoni, per assoluto scopo commerciale, sono diventate il simbolo della festa di Halloveen.

     In quella atmosfera, dovuta soprattutto al fattore meteorologico,si utilizzavano i racconti ascoltati attorno al braciere, quando le nonne,ancora,ci offrivano le opportunità che non solo arricchivano le nostre conoscenze, ma che aumentavano la nostra saggezza.

     Una di quelle sere toccò a me e di storielle da raccontare ne avevo e tante, perché, nonna Maria, senza mai rifiutarsi, quasi ogni sera ce ne consegnava qualcuna sperando che non venisse dispersa, ma ben conservata.

<<A vurpa e lu lupu>>.

     Un giorno s’incontrarono la volpe ed il lupo; la volpe aveva paura del lupo e gli disse:<<Facimu ‘u San Giuvannu?>>.Il lupo rispose di sì e diventarono compari. La volpe allora continuò:<<Compari lupu,qui vicino c’è un gregge e se volete, andiamo insieme, ed io, con una scusa, distraggo i pecorai e voi, a piacere vostro, potete mangiare quante pecore volete>>.

     Andarono,e quando arrivarono,videro che i pecorai stavano facendo la ricotta. Il lupo, famelico,entrò el gregge e cominciò a scannare tutte le pecore che gli venivano innanzi.La volpe, nel frattempo, andò dai pecorai e disse loro:<<Attenti che un lupo è nel gregge e si sta mangiando tutte le pecore>>. Allarmati i pecorai lasciarono di fare le ricotte, ed armati di bastoni e di accette, accorsero verso le pecore.Appena giunti e individuato il lupo,cominciarono a menare botte da orbi lasciando il lupo mezzo morto.

     Nel frattempo la volpe mangiò tutte le ricotte e l’ultima se l’appiccicò in fronte e andò via. Allontanatasi abbastanza da quel luogo,incontrò per strada il lupo e piangendo gli disse:<< O compari lupo,quei maledetti pecorai mi hanno riempita di botte! Vedete qua, mi hanno fatto uscire fuori il cervello!>> Egli fece vedere la ricotta che essa stessa si era appiccicata in fronte.

     Il povero lupo,che per davvero le aveva prese di santa ragione,raccontò quello che era successo:<<Comare volpe!Io sono morto! Non posso più campare!>>

     La volpe continuava a piangere e a buttarsi per terra e diceva:<<Sto morendo! Io sto morendo!  Mi hanno ammazzata!>>.

     Allora il lupo le disse:<<Comare volpe,se noi rimaniamo qua, ci ammazzeranno davvero;dobbiamo fuggire e sapete come facciamo? Salite sulle mie spalle e fino a quando posso, cercherò di portarvi in un posto più sicuro>>. Così fecero e la volpe si mise in groppa al lupo che cominciò a camminare.Mentre camminavano,la volpe diceva:<<’Ndara,’ndara,’ndara…lu malutu porte la sana!>>.<<Che dite?>> -le chiese il lupo- <<comare volpe? Voi mi state prendendo in giro?>>.<<No,compare mio>> -gli rispose la volpe- <<io sto delirando per la febbre!>>. E intanto continuavano a camminare e dopo un po’, la volpe:<<’Ndara,’ndara, ‘ndara…lu malatu porte la sana!>>, e il lupo le richiedeva se stesse scherzando e,così facendo arrivarono sotto un albero su cui era appollaiato un gallo che cantava.La volpe  gli disse:<<O signor gallo,tu non canti come cantava tuo padre!>>.<<E come cantava mio padre?<<-gli chiese il gallo. <<Quando cantava>> -rispose la volpe-<<chiudeva gli occhi e saltava>>.Allora il gallo volle fare come suggerito, e come saltò cadde subito giù per terra.si avventò addosso al gallo,lo agguantò e lo tenne stretto in bocca.

     Nel frattempo vennero a passare da quel luogo alcune persone e come videro il gallo nelle fauci della volpe,cominciarono a dire.<<Povero gallo che gli è capitato? Non ha più possibilità di vivere!>>.

     Il gallo sentendo ciò,disse alla volpe:<<Digli,o volpe, che non fa nulla, che anche tu devi campare e devi mangiare qualcosa>>.Allora la volpe si rivolse a quelle persone e disse loro:<<Non fa nulla! Non fa nulla!...>>,e  per parlare aprì la bocca e il gallo fuggì.

     Come la volpe vide che il gallo fuggì,disse:<<Per il troppo parlare,ho perso il mio pranzo!>>.E il gallo da lontano rispose:<<Ed io,per il cattivo cantare, ero morto!>>.Ma  non per questo la volpe si perse d’animo e continuò a camminare.

     Camminando,camminando, vide venire verso di sé un asino carico di pesci,si finse morta e quando l’asinaio passandole vicino la vide,la prese e la mise sul basto e continuò il suo viaggio.Mentre camminava la volpe buttava per terra i psci e quando ne buttò un bel po’, saltò da sopra l’asino,senza farne accorgere all’asinaio e si mise a recuperare i pesci.Dopo averli raccolti tutti e se ne stava andando,ecco uscire di nuovo il lupo che le disse.<<O comare volpe,come avete fatto a pescare tutto questo pesce?>>.

     <<Vedete, mio caro compare>> -rispose la volpe- <<m’ero legata al collo una “quartana” e sono entrata in mare e più andavo oltre e più pesci prendevo>>.<<E se è così>> -disse il lupo- <<io vorrei fare la stessa cosa per una buona mangiata di pesci.Allora andiamo,comare mia!>> E andarono assieme.arrivati sulla spiaggia,la volpe legò una giara al collo del lupo e la legò con una corda così forte ch’era davvero difficile rompersi.Il lupo entrò nel mare e la volpe loguarda rimanendo tra la risacca.Come il lupo entrò in mare la giara si riempì d’acqua,trascinandolo a fondo.Allora il lupo cominciò a gridare:<<Comare!...Comare volpe!...Sto affogando!>>.<<E’ nulla,caro compare>> -disse la volpe- <<entrate ancora avanti,perché i pesci che prenderete saranno ancora più grossi!>>

     E li prese per davvero,perché andò a fondo ed affogò per davvero.

     La volpe si fece una risata e disse:<<Oh! Diavolo,compare mio,con la mia malizia io vi ho vinto,perché è difficile che la gente ingenua,possa sfuggire agli inganni!>>.

     Dicìti la vostra cà la mia è ditta. 

                                                                            Salvatore Sciandra